SHARE

ROMA – Andrei Konchalovsky festeggerà l’ottantesimo compleanno il 20 agosto. Panama calato sugli occhi, il fisico agile indifferente alla calura, il regista russo fa base tra le cave del Monte Altissimo per le riprese di Il peccato. Una visione, film dedicato a a Michelangelo che 500 anni fa, a Seravezza, trovò la materia prima ideale per le sue opere d’arte. Spiega Konchalovsky, 55 anni di carriera, un Leone d’argento Venezia lo scorso anno con Paradise (e un altro nel 2014 per Le notti bianche del postino): “Stiamo finendo di visionare i luoghi, poi ricostruiremo al dettaglio il processo di estrazione del marmo senza i mezzi moderni, così com’era nel Rinascimento”. Il film è una coproduzione con la Russia, che ha stanziato l’ottanta per cento del budget, l’altro venti arriva dalla Jean Vigo di Elda Ferri (con Raicinema): “La parte più difficile – sospira il cineasta – è sempre trovare i finanziamenti. Sono stato fortunato ad avere tanto entusiasmo dalla Russia. Mi ha stupito invece la difficoltà ad avere il riconoscimento di interesse da parte del Ministero dei beni culturali italiano”. Le riprese del film inizieranno il 28 agosto tra Carrara, Montepulciano, Arezzo, Caprarola, Firenze, Roma.

Loading...

Konchalovsky, perché un film su Michelangelo?
“Amo la scultura – E fui folgorato, 50 anni fa, dalla sceneggiatura di Tarkovskij sul pittore Andrej Rublev. Ho sempre coltivato l’idea di raccontare un artista e il suo periodo storico. La scintilla è scattata leggendo il sonetto che Michelangelo invia a Strozzi, ‘Caro m’è ‘l sonno e più l’esser di sasso, mentre che ‘l danno e la vergogna dura…’. Queste due parole, il tradimento e la vergogna mi hanno dato la voglia di capire perché Michelangelo era così pessimista nei confronti del suo periodo storico. È iniziato un viaggio di ricostruzione, degli intrighi politici e storici, della sua vita e del mondo in cui è immerso. Non sono un regista che abbraccia il romanticismo cinematografico, sono più interessato all’odore: dove non c’è odore, non c’è vita. E così mi sono immerso nei fantastici colori, odori, animali, abiti, abitudini per restituire la vita vera di quei tempi durissimi e crudeli”.

Non sarà un biopic vero e proprio, quindi.
“No, seguiamo momenti diversi della vita di Michelangelo. Il film l’ho chiamato ‘visione’ proprio per riallacciarmi a quel genere così popolare in quel tempo. L’esempio di maggiore successo ne è la Divina Commedia, Dante non racconta una storia del mondo, ma segue la sua visione/ispirazione, mette all’inferno gente ancora viva. Sì, la sua Commedia è il migliore esempio che ho seguito per il film e Dante è anche il riferimento di Michelangelo”.

La sfida di questo film?
“Ogni film è un sfida, ogni volta cerchi l’invisibile oltre il visibile. Per me si è trattato di una scelta naturale: dopo Paradise mi sono finalmente sentito pronto. Poesia a parte, la sfida, come le dicevo, è stata economica ma anche etica: voglio ricordare al mondo l’importanza della figura di Michelangelo. Voglio ricordarlo ai giovani di oggi che hanno la memoria corta. Come scriveva Umberto Eco, oggi nessuno vuole ricordare nulla perché tutto è su internet”.

Il film sarà girato in italiano.
“Sì. Volevo portare la mia visione della cultura italiana e non potevo che farlo nella vostra lingua. Sarebbe stato ridicolo un Michelangelo che parlasse inglese. Oggi un Charlton Heston non funzionerebbe”.

Alberto Testone sarà Michelangelo, Umberto Orsini il Marchese Malaspina, Massimo De Francovich Papa Giulio II.
“Sì. Pochi attori, nel film ci sarò soprattutto gente presa dalla strada. Metà del cast arriva da Carrara: facce fantastiche, personalità forti. I carraresi vivono nelle montagne senza mescolarsi agli altri, producono marmo da oltre duemila anni. Sono uno dei primi esempi di proletariato: sono una società che è una classe. Non dimentichiamo che l’anarchia sindacalista è nata qui e che qui i partigiani lottarono con grande forza contro fascisti e nazisti. Questi luoghi hanno una storia di indipendenza e facce meravigliose. E poi è un piacere avere a che fare non con attori ma con gente che lavora davvero il marmo: scalpellini, marmisti…”.

Quella di Michelangelo e della Pietà è una storia di lotta.
“Senza lotta non c’è arte. Le opere di Michelangelo per me sono esempi di capolavori che non sono creati in libertà. Oggigiorno non si fa che parlare di quanto sia importante la libertà di espressione nell’arte. Ma io dico che non é vero. La maggior parte di capolavori sono stati creati sotto la censura. Michelangelo non ha mai lavorato liberamente, ma sotto la supervisione dei mecenati, del papa, dello stato. La libertà non crea capolavori”.

Il suo rapporto con l’Italia è longevo.
“Sono russo, e per noi il vostro paese è sempre stato il paradiso. Per il clima, per la vostra capacità di essere felici, per il modo in cui, come noi russi, lasciate prevalere il lato emotivo della vita su quello razionale. Ma il mio è anche un amore artistico. Cinquant’anni fa girai i primi extra per I girasoli di De Sica. Nel 1962 arrivai alla Mostra con un mio piccolo film e vennero a vederlo i vostri maestri: Pasolini, Antonioni, Rossellini. Quando si è giovani si è ingenuamente sicuri di se stessi. Oggi non so se saprei reggere per l’emozione di quel confronto”.

Com’è cambiata l’Italia in questi cinquant’anni?
“Il ricordo più forte che ho del suo Paese è legato agli anni Settanta, quando c’era l’illusione della società perfetta e del socialismo. Quando si pensava che il mondo potesse vivere in pace e la vostra cultura era in piena esplosione. Oggi la cultura europea non esplode più. Nelle vostre città vedo troppi film americani. È la globalizzazione e, come dicono gli inglesi, non è la mia ‘tazza di te'”.
 


Repubblica.it > Spettacoli

Loading...

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here