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Arrivato al nono album in più d’una decade d’attività, non senza prove incolori e francamente opache (“Silver Wilkinson[1]”, 2013, “A Mineral Love”, 2016), Stephen “Bibio” Wilkinson sceglie d’invertire in qualche modo la carriera, con “Phantom Brickworks”, copertina anonima e sostanza, invece, dedita a lunghe meditazioni di pattern ripetuti che prendono le distanze dal suo primigenio giochicchiare a suon di folktronica, nonché dal recente flirt col techno-pop.

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Le solenni nature morte basate sulla musica da camera di “9:13” (con interessante filtro di foschia autunnale) e “Capel Celyn” (con una coda inquietante ma non così relata alla calma ieratica che la precede) sono probabilmente il meglio di questa piccola svolta seria.
La title track in tre parti alza ancor di più la posta dell’ambizione, ma probabilmente la più effettiva è la prima, tredici minuti, un ticchettio di pianoforte adornato di rifrazioni di strumenti a corda, in un bilanciamento tra meccanicità, contrappunto e deterioramento timbrico. Ancor più ampia ma già meno convincente è la seconda, di nuovo un motivetto appeso di piano osteggiato dai droni e qualche campionamento. Quasi confusa la terza, nonostante l’idea delle voci in trance.

Avanguardia soft di fattura stilistica più che discreta. Eno[2] rimane un miraggio anche remoto, ma è il suo disco più Basinski[3]-iano; apprezzerà anche chi ama l’Eluvium[4] d’annata. Col cuore al posto giusto, pulsa d’un minimalismo – pur talvolta inconcludente – umile, non ostentato, e spesso pondera battute e tocchi. Manca un buon finale, anche perché “Branch Line”, cavatina costruita su loop pianistici sdoppiati, più che altro smaschera i limiti dell’operazione.

(19/11/2017)

References

  1. ^ Silver Wilkinson (www.ondarock.it)
  2. ^ Eno (www.ondarock.it)
  3. ^ Basinski (www.ondarock.it)
  4. ^ Eluvium (www.ondarock.it)

Ondarock

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