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Se tutti gli italiani di una certa età ricordano dov’erano quando rapirono Moro, se tutti gli americani sanno dov’erano quando ammazzarono Kennedy, volete che Bobby Solo – la versione nostrana di Elvis Presley per il ciuffo, la voce flautata, il look – non racconti come fosse adesso dov’era il 16 agosto 1977, quando morì The Pelvis? “A Monteflavio, non lontano da Tivoli. Avevo appena finito un concerto, stavo raccogliendo i cavi delle pedaliere. Arrivarono due dj di una radio locale a dirmelo, ma pensai a uno scherzo. Poi in auto misi su Radio Luxembourg: era l’ora delle trasmissioni di hard rock, ma c’era It’s now or never, poi altre tre sempre di Elvis. Misi su un Antenne 2, anche lì solo Elvis. Capii. Arrivai a Ostia, sul lungomare, e lì mi misi a piangere fino all’alba”.

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Si può dire che le ha cambiato la vita?
“Si deve. Senza lui sarei stato un funzionario Alitalia, come mio padre, ma neppure di volo perché sono sordo da un orecchio. E prima di lui ero solo Roberto Satti, un ragazzo timido e coi capelli a spazzola. La prima che mi parlò di questo formidabile americano fu una ragazzina sua connazionale che viveva a Roma, la figlia del corrispondente italiano dell’Herald Tribune, Betsy. Io conoscevo solo Dorelli, Dallara, Mina, Celentano. La mia sorellastra viveva negli Usa e mi spedì due dischi, Love me tender e Jailhouse rock. Una folgorazione. Quando al cinema Roxy di Roma fecero il film Il delinquente del rock and roll, dove Elvis recitava, mi nascosi tra i tendoni per restare in sala e vederlo tre volte di fila. Tornai a casa, dissi a mia madre che avrei fatto il cantante e lei mi prese per matto”.

Cosa la folgorò di lui?
“Tutto. Era fresco, aveva il ciuffo, era bellissimo e musicalissimo. Così recuperai una chitarra di terza mano e mi feci dare lezioni da un falegname. Il patto fu che ogni topo che gli acchiappavo nella bottega lui mi insegnava un accordo. E a Elvis devo letteralmente il mio inizio di carriera”.

Ovvero?
“Quando mi sentii pronto, traslocai a Milano. Riuscii a entrare nel palazzo della Ricordi. Mi sedetti in un angolo e iniziai a strimpellare Love me tender. Uscì da una stanza il boss, Vincenzo Micocci, che mi mise sotto contratto e mi chiamò Bobby Solo”.

Ci spiega meglio dove sta la grandezza di Elvis?
“Glielo spiego ricordandole che gli Elvis italiani, o almeno quelli chiamati così, erano due. Io e Little Tony. Lui incarnava l’anima rock di Elvis, io quella romantica e melodica. Insomma ce ne volevano due per fare lui. D’altronde lui era tantissime cose: il blues, il folk, il sound del Sud degli Usa dove confluivano tradizioni ungheresi, hawaiiane, africane. E poi aveva una voce da due ottave e un terzo, un alieno. Infine il look, con quel ciuffo che pareva preso dai fumetti. Era perfetto, 50 anni avanti a tutti”.

E siccome parliamo di mezzo secolo e dintorni fa, sarebbe un gigante anche oggi.
“Questo non lo so. Anzi, mi permetto di dubitarne. Se Elvis fosse vivo e giovane ora sarebbe probabilmente condannato a passare per i talent show che sono fabbriche di appiattimento artistico e umano. Quindi verrebbe cacciato per eccesso di personalità”.

L’impressione è che in Italia sia un po’ meno leggenda che altrove. Che ne dice?
“Dico che è vero. Per vari motivi, politici e culturali. Quelli politici furono gli attacchi di una certa stampa, diciamo quella di sinistra e comunista: era americano, trasformò il suo servizio di leva in un evento mondiale, giravano voci che fosse razzista e di destra… Invece era un proletario e viveva in un quartiere nero, con amici neri”.

E quelli morali?
“Pensi a quant’era trasgressivo e sensuale, pensi alla famosa mossa del bacino che gli diede il nome di The Pelvis. E pensi agli anni Cinquanta, ma anche i Sessanta, in Italia: regnavano il moralismo, il perbenismo. Non a caso il rock italiano è stato Celentano: bravissimo, Adriano, ma anche molto cattolico”.

I cattolici vanno in pellegrinaggio a Roma, i musulmani alla Mecca. Lei quante volte è andato a Graceland, la residenza di Elvis a Memphis?
“La sorprenderò: una sola. E quattro mesi fa, a Pasqua. E consideri che di tour in America ne ho fatti già 28, tra poco ne arriva un altro. Avevo quasi paura ad andarci, di essere deluso di qualcosa. E devo dire, l’ingresso è modesto, sembra il classico villino americano monofamigliare in stile coloniale. Poi entri e capisci che è profondissimo, è stato sfondato dietro. Ma fa una certa emozione vedere il posto dove lui ha creato, ha vissuto ed è morto in quel modo. Ti mostrano pure le tombe. Certo, la gente è sempre tanta e bisogna trottare, come in certi musei. E consiglio di dormire lì accanto, alla Elvis Guesthouse, un albergo della vedova Priscilla zeppo di memorabilia e gadget. Mi sono sentito nel mito, mi sono sentito a casa”.

Beh lei lo ha cantato in tutte le salse.
“Eppure me ne sono inventata una nuova: acid jazz. Elvis lives è il mio nuovo disco che ho fatto assieme al Sylvia Pagni Combo, scegliendo non i classici più classici, ma le canzoni che meglio si adattavano a questo arrangiamento. Il bello è che tantissime si prestavano. A dimostrazione della grandezza di Elvis”.

Dovendo indicare la sua cosa più grande in assoluto? Hound dog? Jailhouse rock? Love me tender?
“Se devo dire un disco intero, His hands in mine, interamente di gospel. Se lo ascolta senza sapere chi sia il cantante, pensa a un nero. Se devo dire una canzone, la sorprenderò: White Christmas. Altro che Bing Crosby. La canta con una tecnica sorprendente, devo ancora capire come abbia fatto”.
 
 


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