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PARIGI – Se pensate di stare assistendo al terzo dei tre concerti di Vinicio Capossela al Café de la Danse, vi sbagliate. “Sul palco siamo in un’aia, c’è un’aria polverosa, una bella luce, forse un venticello” dice Capossela quando gli si fa notare che i concerti del suo tour europeo siano ben più luminosi delle Canzoni della cupa. E se sabato prossimo a Sanremo, quando il Club Tenco gli consegnerà il premio alla Carriera,  penserete di vedere un concerto creato per l’occasione, sarete in errore ancora una volta. “Ho scelto una formazione di sole corde. Metterò i musicisti in semicerchio. Come una caletta marina dove possa arrivare la schiuma della risacca”. Dall’aia alla caletta, per terra e per mare, così sono i viaggi con la musica di Capossela. Iniziato a Saragozza, poi tre giorni a Parigi, il suo European Fall Tour toccherà anche Dublino, Londra, Bruxelles, per concludersi il 3 novembre ad Amsterdam.

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Non è la sua prima tournée all’estero: facile convincere un pubblico straniero che in Italia ci sia dell’altro oltre Pausini e Ramazzotti?
“Penso che l’unica data difficile avrebbe potuto essere quella spagnola. Lì Laura ed Eros sono molto famosi. Ma siamo capitati il 13 settembre nella Festa del Pilar, la più grande festa popolare e religiosa della città. Per strada milioni di persone. Abbiamo suonato all’aperto e devono avere capito che la musica italiana è anche altro”.
 

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Non la preoccupa suonare in Paesi con grande tradizione rock come l’Irlanda o  l’Inghilterra? Non è frustrante cantare davanti a un pubblico che non capisce le sue parole?
“È bellissimo non essere capiti. Affidi alla tua musica una missione in più, quella di andare oltre le parole. A vent’anni non capivamo quasi nulla a un concerto di Dylan o di Tom Waits. Eppure… In un festival a Formentera ho consciuto un musicista e ricercatore inglese, Sam Lee, un discepolo di Alan Lomax, uno che sessanta anni dopo, con lo stesso approccio antropologico, fa lo stesso lavoro di raccolta di musiche popolari. Sarà un piacere ritrovarlo a Londra, forse anche sul palco”.

In un lungo articolo, Songlines, la bella rivista musicale inglese, l’ha definita “un po’ cowboy, un po’ predicatore”. Si riconosce?
“Non lo so, mi hanno definito in tanti modi. Davvero non so”. 
 


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