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Aretha Franklin è morta nella sua casa di Detroit, a 76 anni, a causa di un cancro al pancreas che le era stato diagnosticato nel 2010. La cantante, anche attivista per i diritti civili, si è spenta circondata dall’affetto dei suoi familiari: “È con profonda tristezza che annunciamo la morte di Aretha Louise Franklin, la regina del soul”, recita il comunicato. “In uno dei momenti più bui delle nostre vite, non riusciamo a trovare parole appropriate per esprimere il dolore del nostro cuore. Abbiamo perso la matriarca e la roccia della nostra famiglia. L’amore che aveva per i suoi figli, nipoti e cugini non aveva confini”. La famiglia si dice inoltre “molto toccata dall’incredibile amore e sostegno” seguito all’annuncio di lunedì del peggioramento delle condizioni di salute della cantante.

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Icona riconosciuta della cultura afroamericana, con una forte personalità e un carattere non sempre facile, ma soprattutto artista dalla voce sublime, era nata a Memphis il 25 marzo 1942. La sua ultima esibizione è stata lo scorso novembre a New York al gala della fondazione di Elton John per la lotta all’Aids. Il suo ultimo concerto, invece, risale al giugno 2017 mentre nel 2009 aveva cantato per l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca rifiutandosi, invece, di farlo quando è stata la volta di Donald Trump.

Non si può dire di conoscere la storia del Novecento se non si è mai ascoltata la voce di Aretha Franklin. Anzi, se ci è consentito dirlo, non si è vissuto pienamente se non si è ascoltata, almeno una volta, la voce di Aretha Franklin. È possibile immaginare una vita senza Natural Woman, o I Say a Little Prayer, o pensare alla liberazione delle donne senza Respect, o sognare l’amore senza I Never Loved a Man (The Way I Love You)? No, Aretha Franklin è stata la voce femminile del Novecento, al pari di Frank Sinatra, è stata la più grande interprete che abbia mai calcato un palcoscenico e le sue canzoni hanno segnato stagioni, epoche, hanno segnato in maniera indelebile la Storia, senza se e senza ma.


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