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Gli spiriti di Nick Drake[1], Nina Simone e Derek Bailey[2] si sono impossessati di un timido songwriter canadese. Questo potremmo dire, in mancanza di paragoni realmente calzanti, della singolare poetica musicale di Eric Chenaux[3]: da ben dodici anni, incredibile a dirsi, la benemerita Constellation ne accoglie la lenta e costante evoluzione espressiva, nel segno di una sperimentazione che tenta di sfuggire a tutti i costi dalla giusta intonazione, ma che ogni volta vi ricade mollemente come fosse un confortevole cuscino sul quale i sogni possono spiccare soltanto un volo breve e pigro. 

Was it the wind that’s why it seemed a warmer night?
I love the waves holding me,
While the light, light alights love.
Slowly now, roll to me, my lion.

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Simile a una cartolina esotica stilizzata, sospesa in un tempo assente, “Slowly Paradise” è un messaggio d’amore che galleggia vicino alla riva, circondato da copiose onde di wah e un pianoforte elettrico Wurlitzer (il fidato co-paroliere Ryan Driver[4]) ancor più liquido e sfuggente. Le melodie di chitarra, sia acustica che amplificata, sono lasciate scivolare fuori fuoco in una cosciente ebbrezza, in balia di divagazioni libere ma controllate su un canovaccio “dimenticato a memoria” – di qui si può osare il paragone col pioniere free Bailey. Le imprevedibili progressioni di accordi rimandano in maniera inequivocabile a delicate atmosfere soft-jazz, e così pure l’occasionale effetto che trasforma il suono delle corde in un buzz pieno e squillante, simile a un trombone grottescamente spersonalizzato.

Come il cantato fragile e liricamente straniato del norvegese Stian Westerhus[5], il crooning androgino di Chenaux sembra esistere soltanto nel chiaro di luna che egli stesso immagina: un luogo dell’anima avvolto in un manto rassicurante e sonnolento, nel quale non c’è timore a porsi incessantemente gli interrogativi sull’autenticità della passione, talvolta vane e profonde al contempo (“How much time has to pass down the line?/ Summer is gone but what are we?”). Sono poemi in versi sciolti ma ridondanti e allitterativi, domande ripiegate su loro stesse e senza necessità di risposta, oppure frasi conchiuse e sibilline, oziosi enigmi destinati a rimanere tali. 

I don’t know an abandoned road.
I don’t know what I apparently wrote
I don’t know what land we live in.
Where are we to not be wrong?
(“An Abandoned Rose”)

Chenaux è riuscito in tutta spontaneità a divenire autore sui generis, lavorando con perizia alla definizione di un unico suono/sentimento, per quanto sfumato e inafferrabile, che attraversa coerentemente le tracce di “Slowly Paradise”, un paesaggio onirico che non vi stancherete di ammirare a lungo.

(13/03/2018)

References

  1. ^ Nick Drake (www.ondarock.it)
  2. ^ Derek Bailey (www.ondarock.it)
  3. ^ Eric Chenaux (www.ondarock.it)
  4. ^ Ryan Driver (www.ondarock.it)
  5. ^ Stian Westerhus (www.ondarock.it)

Ondarock

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