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Fabrizio De André è stato un grande poeta e paroliere, forse il più grande degli anni ’60 e ’70, e anche degli anni ’80, solo che quelli li ha cantati in dialetto e magari non lo abbiamo capito. I suoi personaggi e le sue visioni ci hanno accompagnato per tutta la nostra infanzia e adolescenza (se abbiamo qualche pelo bianco), e ce li portiamo sottopelle anche oggi.

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Li abbiamo imparati a memoria più volentieri delle poesie del Manzoni, e siamo cresciuti con loro. La cosa buffa è che lui dava genesi a un uomo epico come Carlo Martello, noi oggi subiamo Salvini.

Laddove lui combatteva la sua personale guerra di religione, bestemmiandola sotto il nome di Tito in quel capolavoro assoluto che è La Buona Novella, noi non ne abbiamo ancora capito l’inutilità e ci facciamo esplodere nelle piazze assieme ai moderni martiri senza un Dio. Come i personaggi di Faber, anche loro erano delle bombe, solo che non facevano male a nessuno.

Lui cantava Rimini ancora prima che le nostre hit estive celebrassero il sole di Riccione. Lui dava dignità e voce alle prostitute, noi le donne le ammazziamo con questa scusa per l’azzardo di una minigonna.

Si pensa ai propri vent’anni come a un Eldorado mitologico, un’epoca distante in cui non c’erano molte delle imperdibili comodità moderne, non c’erano i social, non c’era l’euro, non c’era la fibra (né quella che sto usando per mandare online questo articolo, né il buon Fabri e nemmeno quella che permette all’Alessiona nazionale di avere un ventre così invidiabilmente piatto).

Ma vent’anni fa avevamo anche un sacco di cose che oggi ci mancano, e magari rimpiangiamo come fanno i vecchi al bar, anche se vecchi poi non siamo così tanto, è solo che, sapete: “Si stava meglio quando si stava peggio’.

Chi sicuramente, prima dell’11 gennaio 1999, stava molto meglio, era la musica italiana perché non aveva ancora perso la sua voce e la sua penna più graffianti e più amate, quelle di Fabrizio De André.

Non è mai stato un buon mese, quello di gennaio, per la musica, perché nel tempo ci ha privato di molti, troppi artisti del cantautorato italiano: Ivan Graziani, Giorgio Gaber, Pino Daniele, Luigi Tenco.

E proprio oggi, 19 anni fa, una malattia rapidissima e subdola ci portava via l’ultimo degli anarchici ed il primo dei poeti. Se non fosse successo, adesso De André avrebbe 77 anni, ovvero la stessa età di Guccini, stessa tempra, stessa testa: casomai vi venisse il dubbio di cedere ad un qualche processo alle intenzioni retroattivo, Faber se avesse potuto scegliere avrebbe cantato ancora, e a lungo.

Da vero combattente, era attaccato alla vita con le unghie e con i denti, nonostante la sua iconografia ci restituisca più foto sue con la sigaretta che con la chitarra e che, nel dubbio su cosa gli riuscisse meglio, lui impugnasse con maestria entrambe.

Così agguerrito in questo drammatico mestiere di vivere che nei suoi diari, poche settimane prima di lasciarci oggi, scriveva: “Dicono che la malattia colpisca anche le persone buone. Chi è buono? È buono solo il cancro che non fa distinzioni e non si lascia corrompere perché conosce il teatro e gli attori e soprattutto sa che questo mondo non è stato fatto per gli uomini.”

La sua era una coerenza da manuale, era un uomo così anarchico da non avere regole nemmeno nel rancore, ed è stato capace di perdonare la sua malattia allo stesso modo in cui anni prima aveva perdonato i suoi carcerieri, perché, contrariamente a lui, loro non sarebbero mai venuti a capo del loro stesso disagio. E così è stato anche per la morte, l’ha affrontata lucidamente e con coraggio perché sapeva che, in un qualche modo, le sarebbe sopravvissuto.

Ecco, a ben guardare cosa ci manca oggi sulla scena, ecco perché talvolta in questo timido inizio di 2018 essere, diciamo, un po’ vecchi si trasforma in un privilegio, quando alla nostalgia per qualcosa che si è perso (e prima che alla musica, per una sorta di naturale istinto all’autoconservazione, pensiamo alla nostra giovinezza) si accompagna l’orgoglio per ciò che si è vissuto in prima persona e che si ha l’onore di poter tramandare attraverso la testimonianza e il ricordo.

È un dato di fatto che la morte di Faber ci ha lasciato tutti un po’ più soli, quando ci ritroviamo a immaginare (non so voi, ma io lo faccio spesso, nelle giornate a cavallo tra il premestruo e la nostalgia) cosa avrebbe detto, scritto o cantato De André, quale moto di indignazione avrebbe scomodato, di fronte a ciò che succede tutti i giorni nella nostra attualità musicale, politica, sociale.
Quello che per lui era anarchia, oggi spesso è solo deriva.

Insomma, diciamocelo: la morte di un uomo talentuoso e carismatico come lui lascia sempre un po’ nella merda. E se per caso siamo stati bravi a raccoglierne l’eredità, allora potremmo rendergli il dovuto onore e rimboccarci le maniche perché, come ci ha insegnato: “Dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fiori”.

News Musica – Rolling Stone Italia

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