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CATANIA – Si è messo al servizio del ruolo, come ha fatto per De Gasperi e Basaglia. Barba nera come i capelli e la maglietta, pantaloni a zampa d’elefante, l’accento siciliano perfetto, Fabrizio Gifuni interpreta Pippo Fava nel film tv Rai Prima che la notte che vede il debutto di uno dei migliori registi del cinema italiano, Daniele Vicari (Diaz) in tv. Giornalista, scrittore drammaturgo e sceneggiatore, Fava, direttore del Giornale del Sud e fondatore di I Siciliani, ucciso il 5 gennaio 1984 dalla mafia, ha cresciuto una generazione di giornalisti, credeva nei giovani, ha vissuto il suo lavoro con passione. «In questi anni» dice Gifuni «proprio pensando al ricordo forte di Basaglia, avevo deciso, per tornare in tv, di aspettare un progetto altrettanto bello. Quando Paola e Fulvio Lucisano mi hanno offerto questo progetto, sapendo che c’era Daniele Vicari alla regia non ho avuto dubbi.E’ un grande autore ed uno di quei registi che fa il tifo per gli attori sul set». Ispirato al libro Prima che la notte scritto da Claudio Fava, figlio di Pippo, e da Michele Gambino (sceneggiatori del film con Monica Zapelli) il tv movie – coprodotto da Lucisano con RaiFiction – è interpretato da Dario Aita (nel ruolo di Claudio Fava) e da Lorenza Indovina, la moglie di Pippo. Nel cast Fabrizio Ferracane, Barbara Giordano, Carlo Calderone, Federico Brugnone, Simone Corbisiero, Selene Caramazza, Beniamino Marcone e Davide Giordano.

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Gifuni, cosa l’ha colpito di Fava?
“Questo suo gusto per il teatro, guardava la vita come a uno spettacolo teatrale. Si sarebbe annoiato di raccontare semplicemente il fenomeno criminale. Poteva farlo solo se i personaggi diventavano oscuri e tremendi, ‘i cavalieri dell’apocalisse mafiosa’, quindi i protagonisti di una grande commedia umana”.

Vicari lo definisce “un vero maestro”.
“E’ così.  La cosa che mi piace tanto è che non stiamo raccontando solo una storia di mafia, ma di vita. Fava crede nei giovani, quando spiega che vuole fondare I siciliani ai suoi ragazzi, che vuole parlare di vita, letteratura,  di cinema, dei disastri ambientali esce fuori la sua personalità. E’ un trascinatore, lo sprona, dice: ‘Che senso ha vivere senza lottare?'”.

 Tra quei ragazzi c’era Claudio, il figlio di Fava.
“Il film è anche la storia di un padre e di un figlio, e di una figlia, Elena, venuta  mancare due anni fa. Claudio molto spesso si trovava a fare il ruolo del padre, lo faceva tornare con i piedi per terra, gli parlava dei conti. Pippo aveva un suo modo di vivere. E’ affascinante il suo modo di guardare la realtà, e di raccontarla”.

In che senso?
“Doveva raccontarla in maniera più ricca e fantasiosa se no per lui era finita, doveva renderla teatrale. Era un entusiasta, nemico della noia. Mangiava un dolce? Era il più buono del mondo. Si tuffava al mare? Si sposava con le onde. Ma questo è anche un film sul giornalismo e sull’etica: la verità come bene supremo. Niente di eroico, in fondo Fava spiegava che il suo mestiere era anche un grande gioco. Si raccomandava con i suoi ragazzi: ‘Vi dovete divertire, raccontate divertendovi’. Il clima che si è creato sul set con i giovani attori è bellissimo. Questo film non è solo la storia di Pippo Fava ma il ritratto di un uomo che vive una seconda giovinezza insegnando il mestiere ai ragazzi”.

Per un attore quanto conta lo sguardo della famiglia?
“Molto. Avendo interpretato diversi personaggi storici, da De Gasperi a Basaglia, so che il rapporto con la famiglia è importante, senti la responsabilità. La famiglia Basaglia mi ha ‘adottato’, si è creato un rapporto bellissimo, stretto. Claudio appena ha saputo che avrei interpretato il padre e mi ha detto ‘sono troppo felice’, mi ha alleggerito. Girare qui a Catania significa che quasi ogni giorno sul set vengono persone che conoscevano Pippo: Cettina, la segretaria, Giusi la fotografa. E’ emozionante, senti che non vuoi deludere nessuno”.

Secondo lei Fava sapeva che la mafia l’aveva condannato?
“Credo che rifiutasse l’idea della morte. Alla fine pensava: ‘Faccio lo scrittore, sono un intellettuale: non mi colpiranno’. E’ interessante rivedere l’ultima intervista che fa con Enzo Biagi prima di morire, quando parla della mafia e della storia di Placido Rizzotto. Non prende mai il tempo del pensiero perché l’ha raccontata già venti volte, aveva proprio il gusto per il gioco delle parole. E’ ancora più ingiusta la sua fine perché era davvero un uomo innamorato della vita”.

Ha aderito al personaggio nei minimi dettagli.
“Mi piace farlo quando interpreto un ruolo. Pippo aveva l’abitudine, quando usciva dal giornale, di lasciare un biglietto sulle scrivanie. Ho pensato agli ultimi che ha lasciato, magari c’erano scritte le consegne, i servizi che dovevano fare: i suoi ragazzi se li sono ritrovati dopo che era morto. Dovevamo girare la scena e non volevo che li preparasse la scenografa, così per ognuno di loro  ho scritto una cosa,  compiti tecnici e consigli per i personaggi. Mi sono emozionato pensando che quei biglietti Fava li scriveva ogni sera, e sono diventati, per ognuno di loro, una sorta di testamento”.


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