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Alla seconda prova da autore, e a 36 anni, Filippo Graziani si è lasciato definitivamente alle spalle le sue radici rock coltivate soprattutto nella band Carnera ma anche le atmosfere prevalentemente cantautorali dell’album di debutto Le cose belle, Targa Tenco come Miglior opera prima nel 2014.

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Nel nuovo album che esce il 16 giugno, intitolato Sala giochi, il cantautore riminese recupera il mondo dei sintetizzatori degli anni Ottanta, gli anni del successo del padre Ivan in cui lui era poco più che un bambino. “Questo album è una ricerca attraverso i suoni e le immagini che hanno caratterizzato la mia infanzia, di colori, un tipo di estetica, di scrittura che attraverso canzoni e film risuonano ancora in me” spiega Graziani. “Diciamo che per chi come la nostra generazione ha vissuto a cavallo dei due secoli, rappresenta un tributo al Novecento, una sorta di nostalgia, anche se a dirlo fa un po’ ridere”.

Sala giochi è un album decisamente vario tra scrittura cantautorale ed elettropop, due anime che riescono a convivere.
“Sì, sono due anime che sento profondamente mie, da una parte il mondo della scrittura più classica e cantautorale, con la chitarra acustica, dall’altra il mondo dei sintetizzatori e della batteria elettronica, che mi ispira tanto. Quando scrivo compongo sempre secondo un principio di libertà, ciò che mi piace comunicare non è uno schema preciso ma il sapore che mi ha ispirato e fa parte dell’anima di tutto il disco. Poi sul piano ritmico ho bisogno che un pezzo sia diverso dall’altro, parto da quello, la ritmica mi guida sempre, io nasco come batterista. Difficilmente nell’album si possono trovare due linee ritmiche simili”.


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