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Sulla copertina di “Where Wildness Grows” imperversa una vegetazione fitta e intricata, con lunghi steli colorati come caramelle gommose Haribo a impedire una visuale più profonda. Sono il portale variopinto attraverso cui infiltrarsi per accedere al bosco incantato dei Gengahr, una dimensione fanciullesca ove risuona un indie-pop più adatto a fate e folletti che a uomini e donne. A guardarlo, Felix Bushe sembra un giovane Patrick Swayze, ma poi apre la bocca e il suo falsetto ricorda Dobby di Harry Potter. Il fine comparto melodico, composto da chitarrine sfavillanti e tastiere tirate a lucido, riesce nell’ardua impresa di risultare più zuccheroso di quello degli Swim Deep[1] – invero uno dei pochissimi nomi davvero vicini al suono di questi quattro londinesi.

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Anche grazie a sessioni in studio dure e tirate per le lunghe, i dodici pezzi di questo secondo album presentano da parte dei Gengahr una maggiore consapevolezza dei propri mezzi, che si è tradotta in una palette di soluzioni e umori più vasta, ma soprattutto in una strutturazione delle parti strumentali molto più raffinata e complessa che in “A Dream Outside”.
“Carrion” – singolo davvero azzeccato per anticipare il brio di quest’opera e la crescita dei Gengahr – si evolve continuamente, ma rimanendo così fluida da nascondere il complicato lavoro di puzzle tra le parti strumentali. In “Pull Over” e “Blind Truth” il chitarrista John Victor irrobustisce i suoi riff e li infervora di fuzz come probabilmente tre anni fa non avrebbe nemmeno immaginato – come testimonia anche l’azzeccatissima title track, Felix & C. qualche disco shoegaze l’hanno consumato. La tastiera elastica di “Mallory” indica una parentela con i Temples[2] di “Volcano[3]”, così come le sfilate di flanger sul finale di “Left In Space” svelano una grande fascinazione dei quattro per lo space-rock più in generale.
“Before Sunrise”, l’altro singolo, è impernato su un ricorrente arpeggino di cristallo che inframezza gli interventi vocali e, grazie alla sua forma-canzone più canonica, finisce con l’essere l’unico pezzo del blocco che non si sarebbe faticato a immaginare nel disco precedente.

A dispetto di tanta varietà di ritmi e soluzioni, il disco stupisce anche per una coesione delle atmosfere tanto forte da rendere funzionali anche i momenti melodicamente meno efficaci. Fa piacere notare come, anche a questo secondo giro, i Gengahr non abbiano ceduto un millimetro in termini di peculiarità della proposta – quanto suonano è così personale che difficilmente travalicherà la nicchia neopsichedelica e i confini britannici – e non si siano imbastarditi per vendere qualche copia in più. Perché con un talento melodico così limpido, guadagnare qualche posizione in più nella Uk Chart sarebbe un gioco da ragazzi.

(13/03/2018)

References

  1. ^ Swim Deep (www.ondarock.it)
  2. ^ Temples (www.ondarock.it)
  3. ^ Volcano (www.ondarock.it)

Ondarock

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