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Si tratta di un concerto, ma le luci al neon resteranno accese, bianche e fastidiose, dalla prima all’ultima canzone. È un concerto, ma guardie armate stazionano a ogni uscio e pattugliano la sala. Dal palco proviene una quantità inaudita di energia ma i duemila spettatori non possono muoversi, devono restare fermi ai loro tavolini di plastica bianca. Seduti. Perché non sono fan qualunque: sono ospiti non desiderati di quei cinque edifici a 40 chilometri da Sacramento, California del Nord. È il 13 gennaio 1968, quella è la prigione di Folsom, gli spettatori sono detenuti per ogni tipo di crimine. E sul palco l’uomo in nero di 37 anni con chitarra acustica e faccia emaciata sembra uno di loro. “Hello, I’m Johnny Cash”.
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