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Ci è quasi impossibile immaginare un’esistenza al di là del bene e del male, spersonalizzata e libera da connotazioni positive o negative: sarebbe necessaria una totale immobilità, qualcosa di più prossimo alla non-esistenza, per non dare più adito alla significazione che permea ogni aspetto della nostra esperienza sensibile.

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Seguendo strade piuttosto diverse, l’inglese Keith Rowe[1] e l’americano Michael Pisaro[2] hanno a lungo ricercato un netto distacco dalle forme precostituite: l’uno gettando le fondamenta della free impro assieme all’AMM[3], “disimparando” l’approccio alla chitarra stendendola in orizzontale; l’altro partendo dalla lezione cageana[4] per dare forma, assieme ai compositori del collettivo Wandelweiser, a un’estetica para-musicale[5] che fa uso del silenzio come (a)cromia pura e primaria della tavolozza.

Solo in tempi recentissimi l’arte di Rowe, già in origine permeabile a frequenze radio esterne, si è alfine rivestita di un velo nostalgico: echi di sinfonie tardo-ottocentesche ritornano come una quieta risacca dagli scaffali domestici, mescolando ombre del passato a un room tone appena percepibile.
Di fronte a questa inedita fragilità espressiva anche le corde della chitarra di Pisaro paiono tingersi di dolente consapevolezza, soffermandosi spesso su tonalità minori che, di riflesso, gettano una luce languida anche sulle usuali onde corte – in pratica le cellule elementari dei bordoni.

Uno dei possibili rimandi del titolo numerico “13 Thirteen” è da attribuire proprio ai tardi number pieces di Cage (fu commissionato e scritto nell’anno della sua morte un brano per tredici strumentisti): ma più specificamente esso fa riferimento alle volatili citazioni del tredicesimo Quartetto per archi di Shostakovich, quattro estratti “evocati” da Rowe e che idealmente suddividono la presente opera in altrettante sezioni.
Tra questi lamenti del passato reso presente si inscrivono le scarne partiture dei due autori, delle quali sono presentati alcuni frammenti all’interno del candido packaging; c’è tuttavia ampio spazio per momenti di quieta improvvisazione, più facilmente riconoscibili da parte di Rowe nel collaudato, delicatissimo graffiare sulla superficie delle corde.

Una durata di circa 130 minuti può sembrare quasi agevole se confrontata con i cd quadrupli nei quali si è da poco cimentato il performer britannico (“enough still not to know[6]” con John Tilbury[7] e la requia monumentale di “The Room Extended[8]“). Ma va da sé che, una volta di più, le ampie dilazioni con cui i vari interventi si manifestano annullano il discernimento dello scorrere del tempo, simulando l’immersione in uno spazio-tempo assoluto apparentemente esonerato da qualsiasi dinamica standard ed entro il quale persino la natura dialogica del brano si confonde nell’imperscrutabilità dell’alea.

Registrato a Nantes il 27 maggio 2016 presso l’APO33, “laboratorio artistico, tecnologico e teorico transdisciplinare”, il lavoro del duo è pubblicato di diritto dalla stessa Erstwhile che ne ha sostenuto e ispirato i progetti per svariati anni. Da questi giganti della più radicale avanguardia contemporanea non poteva che nascere un poema della riduzione tanto vasto quanto esile, senza parola né significato oltre la stessa presenza del suono nella sua forma più limpida e transitoria.

(19/06/2017)

References

  1. ^ Keith Rowe (www.ondarock.it)
  2. ^ Michael Pisaro (www.ondarock.it)
  3. ^ AMM (www.ondarock.it)
  4. ^ cageana (www.ondarock.it)
  5. ^ estetica para-musicale (www.ondarock.it)
  6. ^ enough still not to know (www.ondarock.it)
  7. ^ John Tilbury (www.ondarock.it)
  8. ^ The Room Extended (www.ondarock.it)

Ondarock

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