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A 65 anni, l’attore irlandese Liam Neeson (vedovo stoico e per niente allegro di Natasha Richardson, scomparsa per un banale incidente sciistico nel 2009) è il primo a dire: mi sa che sta per arrivare il momento di appendere al chiodo la mia veste di eroe di film d’azione (come la serie Taken). “Sto diventando ridicolo”, dice con un sorriso mesto Neeson al nostro incontro al Fairmont York Hotel di Toronto, dove ha presentato il suo nuovo film, Mark Felt, the Man Who Brought Down the White House, del regista Peter Landesman.

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È la storia del notorio ‘gola profonda’, l’informatore dell’FBI che spifferò ai giornalisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, dettagli sull’affair Watergate che condusse all’ingloriosa fine della presidenza Nixon (e tema del famoso film di Alan Pakula con Robert Redford e Dustin Hoffman Tutti gli uomini del presidente del 1976). Un film centrato sul conflitto interiore di Felt: “Fischiare” ciò che sapeva o difendere il segreto? La moglie che deve sorbirsi il dilemma del marito è interpretata da Diane Lane. Mark Felt esce il 29 settembre negli USA (non c’è ancora data per l’Italia). Ancora magrissimo dopo aver perso tanto peso per Silence di Martin Scorsese (“troppo”, confessa l’attore), barbetta incolta, Neeson – celebre per classici come Schindler’s List e Michael Collins – è al massimo della sua affascinante malinconia.
 
È impossibile non fare paralleli con quello che succede oggi nella Casa Bianca, il Russiagate e altri scandali: allora come adesso la democrazia occidentale è in pericolo?
“Certo che ci sono parallelismi, e oggi come allora è assolutamente fondamentale avere un giornalismo investigativo libero e aggressivo. Non si può evitare di pensare, con l’amministrazione presente, che non c’è fumo senza incendio, e di fumo ce n’è tanto! Io spero che esista un Mark Felt oggi”.

Cosa pensa degli ‘spifferatori’, dei ‘whistleblower’, alla Edward Snowden? Un male necessario?
“Credo di sì, purché sia la democrazia a beneficiare delle ‘spiate’. Felt era un uomo dell’FBI molto dedito al suo lavoro e devoto a Edgar J. Hoover. Avrebbe dovuto succedergli, a capo dell’FBI, e c’è chi dice che quando scelsero Patrick Grey invece di lui Felt lo interpretò come un grande affronto per sé e la sua squadra, e forse volle vendicarsi spifferando e creando grave imbarazzo al Bureau. Ma Felt ha obbedito soprattutto al suo senso etico: la verità va sempre rivelata per il bene comune. Poi mi interessava, come attore, esaminare la capacità di Felt di ‘compartimentalizzazione’ dei vari aspetti della sua vita. Aveva emozioni, indubbiamente, ma non le lasciava trapelare, mai. Un uomo molto difficile da ‘leggere’, difficele capire cosa avesse in mente. Una bella sfida per un attore”.  
 
Non si può non pensare a Edward Snowden, l’informatico e attivista, ex tecnico della CIA, che rivelò i programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e britannico.

“Verissimo. E pone il quesito che tutti ci siamo chiesti: è un eroe o un traditore? Anche Snowden è uno che mi incuriosice molto. Dove sta oggi? Sempre in Russia? Ho visto il lungo documentario di Oliver Stone su Putin: uomo affascinante, chissà quante cose prima o poi si scopriranno sul suo rapporto con l’America. Sarà interessante vedere cosa troverà l’avvocato Robert Mueller: ci vorrà un anno o due ma penso che scoprirà un livello di collusione con la Russia. L’avvocato James Comey sembra esser stato fatto fuori perché il ‘Twitter in chief’ (il Presidente Trump, ndr) ha pensato non fosse abbastanza leale. Penso sia un buon uomo del’FBI e Trump avrebbe dovuto essre felice di averlo a lavorare per la sua amministrazione. Ma come sappiamo Trump spara senza pensarci e poi pensa. È tutto molto imbarazzante e preoccupante”.
 
Lei sa tenere segreti?
“Se qualcuno mi dice una cosa in segreto so come mantenerlo, sì. Ho un caro amico in Inghilterra, che fa l’attore da tanti anni, e gli ho raccontato cose molto intime; io sono molto amico della moglie e anni dopo ho scoperto che lui non le aveva mai detto niente. Un vero amico”. 

Come tanti altri ‘divi’ del cinema sta pensando anche lei alla televisione?    
“La vecchia star di Hollywood che ero avrebbe detto: ‘Mai!’. Così come tutti i miei colleghi del cinema fino a qualche anno fa. Ma le cose sono cambiate parecchio. Mi hanno chiesto di interpretare Abrahm Lincoln in una serie televisiva, ci sto pensando. Ora sembra che non ci sia attore che meriti senza la sua serie o miniserie. In effetti si stanno producendo cose bellissime e originali”.

Ha due figli ormai teenager: stanno seguendo i suoi passi?
“Per ora non sembra e sono contento che siano completamente indipendenti nelle loro scelte. Sono assai critici dei miei gusti musicali, questo è sicuro, e sembrano più interessati ai social che all’arte del padre”.  
 
Perché, quali sono i suoi gusti musicali?
“Sono inesistenti: la realtà è che una parte di me è morta quando John Lennon è stato ucciso. Ero in teatro, in Irlanda, con Stephen Rea, a Dublino, ero in camerino durante l’intervallo e Stephen èentrato con la faccia bianca come questa tovaglia e mi ha dato la notizia. Era come se avesse perso un fratello, non riusciva a riprendersi. Siamo tornati sul palco per il secondo atto e Stephen non ricordava le sue battute. Per me la musica è finita in quel momento. Ascolto musica classica e gli U2 ovviamente, ma il resto non mi ispira”. 

Cosa pensa dei social media?
“Non sono un utilizzatorie, non vado su Facebook né uso Twitter, mi sembrano sì la nuova frontiera della comunicazione e della diffusione di ‘cultura’ ma è una forntiera ancora senza legge, tipo Far West, e dunque mi terrorizza. Non solo a livello di hacking e facilità di invasione della privacy, ma anche di eccesso di desiderio dei 15 minuti di fama, cui ognuno sente di aver diritto. Ma è un’utopia che spero non crei caos mentale. Insomma, è un Far West che ha bisogno di un bravo e giusto sceriffo, alla John Wayne in Rio Bravo. I telefonini sono uno strumento straordinario ma pericoloso”.


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