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Gli otto dischi che Mary Gauthier – nome semi-ignoto al pubblico generalista ma al centro di un vivo culto per chi mastica americana e alt-country – ha rilasciato tra il 1997 e il 2014 hanno tracciato il profilo di una donna e di una vita molto complicate, spesso tormentate.

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Abbandonata che era in fasce nella Louisiana della metà dei 60, Mary è stata cresciuta da una coppia di origini italiane che avrebbe lasciato a sua volta all’età di quindici anni. Sarebbe seguita un’adolescenza buia, dedicata al consumo di alcool, droghe e alla ricerca ossessiva e disperata delle sue origini. La Gauthier è stata in carcere diverse volte, anche la notte del suo diciottesimo compleanno, altrettante ha tentato di riabilitarsi. Come quando si è iscritta a filosofia alla Louisiana State University o quando, diplomatasi in cucina, ha aperto un ristorante cajun a Boston per cucinarci dieci anni. Una sorta di pace l’avrebbe però trovata soltanto grazie alla musica, dopo che il suo sophomore, lo struggente “Drag Queens In Limousines” del 1998 (la cui registrazione è stata finanziata dalla stessa Gauthier vendendo la sua quota del ristorante), le sarebbe valso l’acclamazione della critica di settore e la partecipazione a numerosi festival folk, tra cui quello di Newport tanto caro ai devoti di Bob Dylan[1].

La sua musica è sempre stata profondamente legata alle esperienze sbandate e incerte, alla furibonda ricerca di se stessa, della propria sessualità e delle radici. Non a caso, uno degli episodi più toccanti della discografia è “March 11, 1962” (sua data di nascita), da “The Foundling” del 2010 (prodotto dai Cowboy Junkies[2]), dove la cantautrice confida la telefonata ricevuta dalla madre naturale a quaranta anni e il conseguente, doloroso rifiuto di incontrarla. Troppo facile quando tua figlia registra per una succursale della Universal ed è in cima alle classifiche country del decennio che volge al termine.

Con queste premesse e con una discografia colma di figure borderline è chiaro quanto e perché Mary Gauthier sia attratta e interessata da categorie umane controverse, difficili, complicate da collocare. Come i veterani della guerra in Iraq di questo “Rifles & Rosary Beads”. Il disco è infatti il risultato di 5 anni trascorsi collaborando con Songwriting With Soldiers, un’associazione non profit nata per aiutare i veterani a combattere il disturbo da stress post-traumatico, o semplicemente a superare le loro difficoltà a reintegrarsi con famiglia e società, mediante la scrittura di canzoni come confessione psicoanalitica. Alla voce lyrics dei crediti di “Rifles & Rosary Beads” la Gauthier figura dunque accompagnata da otto ex-soldati, quattro uomini e quattro donne, e dai loro partner.

Il senso del disco è tutto nella tempestosa opening track “Soldiering On”, dove tra roboanti chitarre alla Wilco[3], fiati da alzabandiera dei marines e un pianoforte tumultuoso vengono recitati i versi: “I was bound to something bigger/ More important than a single human life/ I wore my uniform with honor/ My service was not sacrifice/ But what saves you in the battle/ Can kill you at home…”. È in questo pantanoso limbo di un ritorno alla quotidianità inficiato dal ricordo delle azioni compiute sul campo di guerra, o semplicemente da quanto si è visto e non si può sopportare, che i versi della Gauthier si agitano, ora con grazia e malinconia (la title track, “Morphine 1-2”) ora nervosamente (“Brothers”). “Bullet Holes In The Blue Sky” dipinge con i toni di un acquerello folk i sentimenti combattuti di un colonnello di una portaerei riguardo il giorno dei veterani, “Iraq” aggiunge agli archi autunnali che soffiano per l’intera opera una claudicante armonica dylaniana.

Un progetto del genere ha certamente giovato alla riabilitazione dei veterani coinvolti, ma anche alla scrittura mai autoindulgente e ormai istituzionale della Gauthier che, staccando per la prima volta la sua musica dalle esperienze personali, potrebbe aver imboccato una nuova fase di una carriera già eccellente.

(14/02/2018)

References

  1. ^ Bob Dylan (www.ondarock.it)
  2. ^ Cowboy Junkies (www.ondarock.it)
  3. ^ Wilco (www.ondarock.it)

Ondarock

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