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Le mie unghie non sono curate

la mia voce non è la migliore che hai sentito

e puoi scegliere di odiare le mie parole

ma non me ne frega un cazzo
(“One Rizla”)

Non sembra preoccupato dal consenso, Charlie Steen, mentre sputa nel microfono la sua insofferenza. Lui e i suoi compari si sono fatti le ossa nell’ex-quartier generale dei Fat White Family[1], un alloggio occupato sopra il Queen’s Head pub in Brixton, imparando a differenziarsi dalle indie-rock band che non esprimono opinioni per paura di essere impopolari. Nell’ultimo anno e mezzo il gruppo ha avuto uno schedule piuttosto fitto: dai sei singoli pubblicati in rete (di cui solo “Visa Vulture”, il più apertamente irriverente nei confronti di Theresa May, non fa parte dell’album) all’apparizione al Pitchfork Festival Paris 2016, dalle date di supporto a Slaves[2] e Warpaint[3] alla presenza al SXSW 2017. Grazie a questo piccolo bagaglio esperienziale, gli Shame approdano oggi a “Songs Of Praise”, esordio sulla lunga distanza che ha l’obbiettivo di raccogliere in forma unitaria il materiale già uscito (“Gold Hole”, “The Lick” e “Tasteless” sono state nuovamente registrate per dare più coerenza al suono) e quello nuovo. 
La caratteristica principale degli Shame è quella di aver saputo condensare un convincente ibrido tra strutture sonore di deriva post-punk ed espressività vocale/testuale quasi punk. In linea con questa impostazione, l’opener “Dust On Trial” erge un muro di chitarre sul quale è Steen ad arrampicarsi con attitudine dapprima salmodiante poi minacciosa. Il risultato, che sembra tenere a battesimo un ipotetico incontro tra Protomartyr[4] e Killing Joke[5], vira su tonalità più scure rispetto alle consuetudini della band e rappresenta di fatto una possibile indicazione su quello che può riservare il futuro (il brano è uno degli episodi più recenti in termini di scrittura).
Usa l’acceleratore la successiva “Concrete”, il cui frenetico botta e risposta tra Steen e il bassista John Finerty ricalca l’evolversi dei due punti di vista di un dialogo, fino a sfociare in un liberatorio “No more questions”. Il brano fa tesoro di una delle specialità della casa, a base di robuste linee di basso e riff chitarristici semplici e incisivi (di cui è chiaro esempio anche “Tasteless”). 

“One Rizla” ammorbidisce le asperità, aiutando a capire da dove arrivano gli Shame (“Not too good at school but I ain’t bad/ And I’d rather be fucked than sad/ And that’s a start”) e che cosa vogliono essere (“Well I’m not much to look at/ And I ain’t much to hear/ But if you think I love you/ You’ve got the wrong idea”), mentre “The Lick” si sofferma in particolare sulla superficialità di quegli ascoltatori che cercano soddisfazioni esclusivamente da un ritornello catchy o decidono quello che è valido solo in base a una sponsorizzazione del New Musical Express (“As you sit around in a circle and skip one minute and thirty seconds into the chorus/ So you can all sing along and gaze and marvel at the four chord future/ Because that’s what we want/ That’s what we need/ Something that we can touch, something we can feel/ Something that’s relatable not debatable”). Il fastidio porta Steen a declinare uno dei versi più rappresentativi di tutto il disco: “I don’t want to be heard if you’re the only one listening/ Bathe me in blood and call it a christening”.

Pur senza inventare nulla di realmente nuovo, gli Shame traghettano la propulsione di gruppi come Fall[6] e Wire[7] nell’era moderna, adattandola alla consapevolezza della Generazione Z. Più attratti dalla forma-canzone rispetto ai Parquet Courts[8] e più inclini all’eterogeneità rispetto agli Ought[9], questi cinque ventenni che si conoscono dalle scuole medie esibiscono freschezza e qualità della scrittura anche negli episodi dove il gioco si fa meno spigoloso, come nella deliziosa “Friction” o nella conclusiva “Angie” (il cui ritornello chiama in causa gli Oasis[10]). Dieci Canzoni di Lode che non lasciano indifferenti quanto a impeto comunicativo, nonostante una genesi distribuita su un arco temporale di due anni che le rende ancora sottilmente acerbe nel definire un vero corpus di intenti (aspetto comunque trascurabile nel contesto di un esordio). 
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Il vecchio Queen’s Head in Brixton oggi non è più lo stesso. La gentrificazione del quartiere lo ha trasformato in un gastro-pub e la band ha spostato la sua base strategica al Windmill, definito da Steen “attualmente la pietra angolare della cultura a Londra”.

È probabile che nasceranno lì le nuove canzoni degli Shame, ma adesso c’è tutto il tempo per innamorarsi di queste.

(12/01/2018)

References

  1. ^ Fat White Family (www.ondarock.it)
  2. ^ Slaves (www.ondarock.it)
  3. ^ Warpaint (www.ondarock.it)
  4. ^ Protomartyr (www.ondarock.it)
  5. ^ Killing Joke (www.ondarock.it)
  6. ^ Fall (www.ondarock.it)
  7. ^ Wire (www.ondarock.it)
  8. ^ Parquet Courts (www.ondarock.it)
  9. ^ Ought (www.ondarock.it)
  10. ^ Oasis (www.ondarock.it)

Ondarock

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