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Prima dell’illuminazione surrealista, gli statunitensi Wetware (Matthew Morandi e Roxy Farman, già collaboratrice di Drew McDowall in Unnatural Channel[1]) erano un duo di musica elettronica formatosi appena quattro anni fa a Brooklyn, influenzato in egual misura da techno e wave[2] come tanti altri, fattosi notare soprattutto grazie al timbro vocale di Farman.
Non che la riscoperta di un’estetica concettuale primo-novecentesca (Bréton e la scrittura automatica) e musicale post-bellica (Fluxus e la coeva sperimentazione musicale-artistica neyworkese) siano una novità, ma cosa importa? “Automatic Drawing” è un album che a modo suo si distingue, che aggiunge 
“qualcosa”, che ci fa sognare ad occhi aperti un’epoca in cui la Grande Mela era una fucina di artisti alle prese con nuovi linguaggi espressivi.

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È questo lo stesso spirito che anima Morandi e Farman nel loro debut-album uscito per Dais Records,  poliedrica etichetta statunitense, sempre protesa verso il futuro ma senza mai dimenticare il passato (con all’attivo artisti come Youth Code[3], High-Functioning Flesh[4], Drab Majesty).
“Automatic Drawing” rifiuta qualunque tipo di categorizzazione (e in questo sta la sua forza), si muove agilmente tra incisivi “balletti meccanici” Léger-iani (“Except All Presents” e “Where Ever You Were”) dal sapore techno, ritmiche Idm farcite da suoni 8 bit da retrogaming (“Pantomime”), sognanti spaccati lisergici (“The Luxury Of Declining”), 
angoscianti brani da colonna sonora per film mai realizzati (“Ode To Joe”), manipolazioni vocali tanto musicalmente vicine a certa musica elettronica d’avanguardia quanto concettualmente affini a lavori pionieristici di videoarte come “Boomerang” di Richard Serra e Nancy Holt (“Act On My Belief”).
Quest’ultimo brano è forse la chiave di volta per la comprensione di
 un lavoro variegato e complesso. Il rapporto tra coscienza e incoscienza, tra razionalità e irrazionalità, tra essere umano e macchina (il termine wetware indica, nel gergo informatico, il conflitto tra uomo e hardware) si traduce musicalmente in ritmi spesso imprevedibili e frammentati, spoken word visionario e una vasta gamma di suoni retrò che farà sobbalzare dalla sedia l’ascoltatore nostalgico.

Non mancano comunque brani più ballabili, dal ritmo di matrice techno in 4/4 (la conclusiva “Frequent Dreamlands” e “Likewise”), per la gioia degli amanti della techno, ma non aspettatevi brani diretti come quelli contenuti nel primo Ep omonimo uscito per Primitive Languages.
“Automatic Drawing” è il risultato di un’urgenza creativa, la medesima che animava i modelli di riferimento del duo, piuttosto che di un articolato lavoro di elaborazione sonora, e questo è sufficiente per renderlo un disco degno di attenzione.

(13/03/2018)

References

  1. ^ Drew McDowall – Unnatural Channel (www.ondarock.it)
  2. ^ wave (www.ondarock.it)
  3. ^ Youth Code – Commitment To Complications (www.ondarock.it)
  4. ^ High-Functioning Flesh – Culture cut (www.ondarock.it)

Ondarock

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