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Non gridano più “andate tutti affanculo” gli Zen Circus, ma ascoltando Il fuoco in una stanza, la sensazione è comunque quella che si prova quando si ha una maglia di lana a contatto con la pelle, ma di quella lana brutta, che pizzica e rende insofferenti. Del resto non c’è bisogno di urlare per provocare, che è quello che gli Zen Circus fanno da vent’anni e continuano a fare anche in questo decimo album per “stimolare una reazione”, dice Andrea Appino, voce, chitarra, armonica, autore, mente della band. Allo stesso tempo, però, non c’è nemmeno bisogno di chiamare Il fuoco in una stanza “album della maturità” solo perché Appino è arrivato ai quarant’anni. Semplicemente consideriamolo il nuovo album degli Zen Circus, provando a separarlo da tutto quello che c’è stato prima. Si può fare? “È bello avere una storia, ma non ci dimentichiamo che la maturità è quella cosa che fa cadere la frutta dagli alberi e la fa marcire”. Dopo il successo de La terza guerra mondiale e due album da solista per Appino, l’idea è che “siamo in un momento di libertà estrema e possiamo permetterci di dire: facciamo un brano pianoforte e orchestra. Perché ci va”. Detto ciò, Gino Paoli ci vedeva il cielo dalla stanza, loro c’hanno il fuoco dentro: il tour che inizierà stasera da Bologna (e andrà vanti per otto date, compresa la partecipazione al concerto del Primo Maggio) “sarà molto rock. Noi lo siamo sempre stati, ma, ora che il rock è nel punto più basso della sua vita, per questo tour, abbiamo voluto esasperarlo, proprio come era negli anni Settanta. Vedrete”.

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In tanti hanno sottolineato che Il fuoco in una stanza è il vostro album della maturità. Vi sentite cresciuti? È questo quello che ci volete raccontare?
“Per quanto nell’immaginario collettivo possono essere eterni ragazzini, gli Zen sono cresciuti da un pezzo! A volte penso che siamo erroneamente visti, da chi non ci ha mai davvero ascoltati, una band “cazzona”. Sicuramente anche a causa nostra: ci abbiamo messo del nostro in tutto questo. Ma è da svariati dischi che affrontiamo certe tematiche. Non era nel cantiere fare l’album della maturità, certo, anche l’eterna giovinezza non è che sia una favola. Ci sta di crescere, evolversi, cambiare. In psicologia si dice che si è veramente giunti all’età genitoriale, che è quella dopo quella adulta, solo quando si sa stare anche in quella infantile e quella adulta. Non basta, in altre parole, per maturare, si deve anche saper regredire. Dopo La terza guerra mondiale e i miei album da solista, gli Zen sono in un momento di libertà estrema. È il decimo disco, la band non è nata ieri, quindi  abbiamo piacere di esplorare. E poi c’è un patto tra di noi e col pubblico: cantiamo a cuore aperto tutto ciò che ci circonda. La verità è che stiamo diventando quarantenni, ma non è questa la cosa importante, la cosa importante è avere empatia, sentirsi a proprio agio con se stessi e con chi è intorno. E per arrivare a questo non conta essere maturi, questo potrebbe non arrivare mai”.

Possiamo prendere questo album e leggerlo come separato da tutto il resto?
“Io credo che sia molto bello avere una storia, soprattutto ora che si cerca a tutti i costi il diverso, il nuovo, perché il nuovo è figo. Lo abbiamo fatto anche noi, perché era impossibile fare un primo disco ed essere notati, adesso invece si può fare. Non so se sia giusto confrontare un album con i precedenti. A volte, quando mi chiedono cosa vorrei penso che vorrei cancellare tutto e ricominciare da zero. Sarebbe bellissimo non essere nessuno musicalmente e dire: me la gioco ora, ad armi pari con chiunque. Questa cosa non succederà mai, non può accadere perché non siamo altro che il frutto di errori, delle cose giuste, delle passioni, delle volte che siamo cascati e poi ci siamo rialzati. Dieci dischi sono un dato di fatto. Chi ascoltasse solo Il fuoco in una stanza potrebbe pensare: cavolo questi Zen, che band intimista! E poi vai a spiegarglielo che negli altri nove mandavamo a cagare tutti”.


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